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L' Articolo 18 lavoratori |
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L’ARTICOLO 18. CHE COS’E’?
I toni dello scontro tra governo e sindacati si sono fatti nelle ultime settimane sempre più accesi e duri. L’oggetto del contendere è la riforma del mercato del lavoro che l’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi ha messo in cantiere con l’obiettivo dichiarato di introdurre maggiore flessibilità nel sistema dei rapporti di lavoro. Lo scopo è quello di ridurre la disoccupazione, soprattutto giovanile. I punti principali della
riforma riguardano: l’introduzione di nuove forme di contratto
lavorativo più flessibili rispetto al tradizionale “contratto a tempo
indeterminato” (contratti occasionali, lavoro a chiamata, lavoro
progetto etc.); un nuovo modello di contrattazione decentrata al livello
delle singole imprese con uno spazio anche per la contrattazione
individuale (imprese che hanno profitti più alti avrebbero così la
possibilità di offrire ai propri dipendenti condizioni contrattuali più
vantaggiose); una riforma dei meccanismi di protezione a vantaggio dei
lavoratori meno tutelati; l’estensione ad un anno dell’indennità di
disoccupazione per chi perde il posto di lavoro condizionata però alla
frequentazione di corsi di formazione professionale (con una spesa
prevista per lo Stato di circa 1.5 miliardi di Euro); la
liberalizzazione dell’istituto del collocamento in modo da facilitare
l’incontro tra domanda e offerta di lavoro con il coinvolgimento anche
di strutture private. La proposta del governo
che più di altre incontra l’opposizione delle tre confederazioni
sindacali (CGIL, CISL, UIL) è quella che riguarda le norme sui
licenziamenti contenute nel cosiddetto “Statuto dei lavoratori” (Legge
300 del 1970). Nell’opinione del governo una maggiore flessibilità nel
mercato del lavoro potrebbe essere ottenuta anche attraverso una
modifica di tali norme, ed in particolare dell’articolo 18
(reintegrazione nel posto di lavoro). L’articolo 18 dello
Statuto dei lavoratori stabilisce che “(…) il giudice con la sentenza
con cui dichiara inefficace il licenziamento (…) o annulla il
licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo (…) ordina al
datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, che in ciascuna sede,
stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto
luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici
prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore
agricolo, di reintegrare4 il lavoratore nel posto di lavoro. (…)”.
Il lavoratore, dunque, che ritenga di essere stato licenziato senza una
giusta causa o un giustificato motivo, può ricorrere al giudice. Se in
sede giudiziaria viene accertata l’assenza di questi due requisiti, il
giudice emette una sentenza con la quale può obbligare il datore di
lavoro a riassumere il lavoratore licenziato. Questa norma è valida per
tutti coloro che lavorano in aziende con più di quindici dipendenti. Il governo propone una
deroga all’articolo 18. La riforma prevede che nel caso di un
licenziamento senza giusta causa nei prossimi quattro anni il lavoratore
licenziato venga indennizzato con una somma di denaro ma non possa più
godere del diritto ad essere riassunto con sentenza del giudice. Questa
deroga dovrebbe riguardare solo alcune categorie di lavoratori ed in
particolare: i lavoratori “in nero” che vengono regolarizzati dalle
aziende in cui lavorano; i lavoratori il cui contratto a tempo
determinato venga trasformato in contratto a tempo indeterminato (ma
solo nel Sud); i lavoratori la cui assunzione faccia superare
all’impresa la soglia dei quindici dipendenti (questo per facilitare le
assunzioni nelle aziende che attualmente impiegano meno di quindici
lavoratori). L’opposizione dei
sindacati alla deroga proposta dal governo è netta. Essi hanno
dichiarato la loro disponibilità a sedersi al tavolo delle trattative
per discutere i diversi aspetti della riforma del mercato del lavoro, a
condizione però che il governo “stralci” l’articolo 18, escluda cioè dal
negoziato ogni sua possibilità di modifica. La protezione contro il
licenziamento senza giusta causa viene infatti giudicata un diritto
fondamentale dei lavoratori, che deve essere salvaguardato ad ogni
costo. Nonostante le recenti aperture del governo e la disponibilità al dialogo, le posizioni tra l’esecutivo e i sindacati sembrano dunque rimanere distanti, tanto che la CGIL, la CISL e la UIL hanno già dichiarato la loro intenzione di ricorrere allo sciopero generale, che probabilmente verrà proclamato per la metà di aprile. |